AD UN PASSO DAL PARADISO
Un tempo, spalancando l'esagerata porta di casa che dava sulla spiaggia, la
mia anima si placava, il mio corpo, appena sveglio, si rivelava al mondo:
i polmoni si espandevano eccitati per quell'aria frizzante e profumata di
buoni propositi, poiché il sole mi avrebbe colorato di salute e allegria.
Il mare fermo e azzurro, come gli occhi di mio padre, mi aspettava per il
solito tuffo di prima mattina. Sembrava che fossi io a svegliare le sue onde,
che arrivavano chissà da dove... Il cielo si espandeva nel suo colore blu
per non farmi perdere la via dell'orizzonte. Era il mese d'agosto, e man mano
che i bagnanti arrivavano, perdevo quell'intimo contatto del mio corpo sulla
sabbia, che odorava di metallo prezioso, e altrettanto ricco e prezioso mi
sentivo io. Quell'estate mi innamorai di Giulietta, così si chiamava il mio
primo amore. Mi giurò che sarebbe tornata ancora per godere di quel mare e
di quella quiete tanto cara ai suoi genitori. Sì. Sarebbe tornata la prossima
estate, e su quella promessa chiudemmo gli occhi e ci baciammo goffamente,
ancora e ancora, sicuri di quel nostro amore adolescente. Poi, felici e curiosi,
volgemmo lo sguardo verso un rumore insolito: era un camion che, come un cavallo
imbizzarrito, s'impennò e scaricò a due passi dalla spiaggia, sabbia grigia
come argilla. Veloci e divertiti Giulietta e io ci alzammo, e per mano corremmo
felici su quella montagna di sabbia inaspettata. Così fecero altri ragazzini.
Scalammo fino alla cima e poi ci rotolammo giù, allegri, innamorati. Poi il
tramonto ci riportò nelle nostre case ancora calde. Mi buttai sporco sul mio
letto, desideravo pensare, immaginare quando avrei riabbracciato Giulietta
la prossima estate, cercai di ricordarmi dei baci che, sulla spiaggia, poche
ore prima, avevano cambiato per sempre il nostro essere. Oggi...oggi so per
certo che quel camion imbizzarrito, arrivato sulla spiaggia all'improvviso,
avrebbe cambiato le sorti di un amore appena nato. Persi la cognizione del
tempo, stavo cavalcando le onde della fantasia, mi vedevo abbracciato al mio
amore, e con lei, Giulietta, avrei perpetuato il senso della vita. Avremmo
osservato divertiti i nostri figli giocare scalmanati su quella splendida
spiaggia. A destarmi dall'incanto fu mia madre, che, senza farsi sentire,
si chinò du di me e m'invitò ad andare in cucina a cenare. Che strana e folgorante
giornata avevo trascorso, in un attimo una nuova e folgorante coscienza del
mio essere si era rivelata all'improvviso. Stranamente mia madre, com'era
solita fare, non raccontò a mio padre della signora "Catte", dove lei, ogni
mattina, si recava a far le pulizie. La signora Caterina, più dei marmi splendenti,
voleva la presenza di mia madre per inchiodarla ai suoi racconti, abitati
da personaggi illustri di nobili discendenze, che, nelle lontane estati, erano
passati a trovarla in quella splendida villa liberty. La villa della signora
Caterina aveva già perso parte dell'immenso parco che si affacciava sul mare.
L'anziana e nobile signora genovese aveva venduto il suo terreno, e non rivelò
mai a chi, solo mia madre ne fu inconsapevole testimone. Una mattina una squadra
di uomini in tuta arancione iniziò, con più motoseghe, a straziare gli alberi;
alberi che io conoscevo perfettamente: tre grossi pini marittimi, curiosi,
piegati sul mare; magnolie secolari dai svariati colori, con fiori rosa, rossi
e bianchi, e poi un albero funesto, un bisso maestoso, che il giardiniere
pareva amare particolarmente.
Scoprimmo poi, più in là nel tempo, che lo potava con amore perché il fioraio
del paese gli allungava poche lire ogniqualvolta il giardiniere lo riforniva
di quei rami freschi. Così quando c'era un funerale il bisso perdeva qualche
ramo, e solo ora mi appare come un gatto rognoso. L'albero di canfora era
sacro per me, era un gigante severo e ben piazzato e, nella mia testa, fantasticavo
che da grande avrei voluto diventare forte come lui, volevo quasi abitarlo
quell'albero. Ad interrompere i miei pensieri fu mio padre che m'invitò, come
un gatto che fulmineo ti dà una zampata senza unghie, a non tamburellare le
dita sulla tavola. Mi avvertiva di un fastidio, lo guardai, e solo allora
notai quelle sue profonde rughe, scure come il cuoio. Mi avventai sul cibo,
e lui inanzante, quasi fosse arrabbiato con me, mi chiese cosa avrei fatto
da grande; deglutii e sorridendo gli risposi: "il pescatore!". Si alzò di
scatto, allontanò la seggiola, e uscì dalla cucina. Non aveva toccato cibo.
Non mi ero nemmeno accorto, fino allora, che mio padre non era poi così giovane.
Mia madre e io rimanemmo paralizzati per il clamore di quel gesto. Poi lei
si alzò, e dal cassetto della credenza tirò fuori una lettera, iniziò a leggere
calma. Il demanio rivendicava la nostra casa e aboliva il mestiere di mio
padre. Entro e non oltre il giorno e il mese del corrente anno... cordiali
saluti, bla, bla, bla. "Sai cosa vuol fare domani tuo padre? Vuole riempire
il gozzo di terra per seminarci il basilico". Mi misi a ridere senza la partecipazione
del mio cuore. Il mio cuore era altrove. Il mio stupido pensava a Giulietta.
Mentre mio padre moriva all'ombra dell'ultimo sole. Andammo a vivere nella
dependance della villa liberty della signora Caterina, che, in cambio dell'alloggio,
chiese a mia madre i soliti lavori di pulizia e l'ascolto dei suoi racconti.
Mia madre ormai li ascoltava come se la signora li raccontasse da dentro un
imbuto. Era il mese di settembre, l'estate era già seppellita con mio padre.
La nobile signora raccomandava a mia madre di iscrivermi a scuola e, come
una donna mai divenuta madre, aveva un particolare riguardo nei miei confronti,
pur senza manifestare particolari coinvolgimenti affettivi. Il giorno del
mio compleanno mi comunicò che sarei andato a studiare a Milano, in un collegio
esclusivo, dove avrei aperto la mente e visto cose strabilianti, per poi diventare,
secondo la sua blasonata ambizione, un notai ricco e cinico. Soffiai sulle
quattordici candeline azzurre esprimendo un desiderio: trovare Giulietta!
Mia madre rimase stupita della mia felicità, mi porse il suo regalo, un maglione
a collo alto di un colore che, lì per lì, mi parve non esistere in natura.
La signora Caterina, nostra benefattrice, mi porse una scatola confezionata
con carta dorata. Quando l'aprii rimasi come spesso mi definiva mio padre
" u me toccu de stocche" (il mio pezzo di baccalà), quando d'inverno mi trovava
incantato e gelato in piedi in riva al mare, a guardare l'infinito. La scatola
conteneva una macchina fotografica. Riamasi pietrificato: come sapeva quella
donna che desideravo una macchina fotografica? Nemmeno mia madre sapeva di
questa mia bramosa voglia. Corsi fuori e iniziai a scattare foto. Il tema
era il mare, il mare, il mare.
Quanti tramonti avrei potuto fotografare, quanti rientri di mio padre che,
borbottando un'aria d'opera, in piedi sul suo gozzo, sembrava danzare con
lui. In porto sbarcava fiero e sorridente. Lo aiutavo a scaricare il pesce,
che poi consegnavamo alle pescherie del paese. Mi sentivo importante vicino
a lui; la nostra "Ape Piaggio" era talmente rumorosa che ci costringeva a
stare zitti durante il tragitto e ogniqualvolta che la pesca era abbondante
e il buonumore alle stelle, mio padre mi invitava a guardare le ragazze...una
volta per guardare una "sventola" stavamo per ribaltarci con tutto il carico;
ridemmo a crepapelle: quella sarebbe stata una bellissima foto. A Milano faticai
un po' ad inserirmi: ero troppo selvaggio e pieno di sale per condividere
conversazioni che miravano ad una probabile scalata sociale. Giulietta non
la incontrai mai più. Milano non era la riviera Ligure, a Milano si gira in
tondo, invece la Liguria si espande senza confini in lungo, in largo, sui
monti e per mare. Non mi bastò più la piccola macchina fotografica. Con un
diploma prestigioso tornai casa, dopo cinque lunghi anni di esilio tornai
in una casa non mia, in un paese non più mio, abitato da solerti tute blu.
Ero accecato dalla mia nuova macchina fotografica: la studiai nei minimi particolari,
la scrutai con gli occhi di un pittore, ma per due giorni non la potei utilizzare
perché fui prigioniero di mia madre e della signora Caterina. Per due giorni
fu una bella prigionia. La stregoneria fotografica mi fece sobbalzare all'alba
sul letto e spalancai con forza le pesanti e nobili persiane. Afferrai la
macchina fotografica puntandola come un Kalashnikov e, senza nemmeno bere
un caffè, scesi nel baratro del progresso. La luce azzurra dell'alba puzzava
di metano, lo stomaco si riempiva di sudore cardiaco; gli ignari "morti" che
mi sfioravano indossavano tutti la tuta blu. Uno scatto partì inconsapevole,
poi ancora un altro: la macchina fotografica urlava insieme a me... Tutto
era contro l'uomo. No! Tutto era contro il mio mare che, castrato, si tratteneva
a stento nei suoi bacini di cemento. M'addolcirono gli urletti di un bambino
in bicicletta. Dietro la madre con il pancione passeggiava tranquilla fra
camion duellanti. Altri ragazzi, non più quelli di un tempo sulla spiaggia.
Altri rumori: il paese continuamente attraversato dalle automobili, al loro
interno altri ragazzi, ormai adulti, che giocano a correre: Patrese, Nannini,
Pironi, il rombo di quei piccoli bolidi era insopportabile. Mi sposto, un
altro bimbo con le mani fra i capelli, lui non gioca più, ha già capito...
Scatto, scatto, sono folle. Una statua di pietra vuole spazzare via le nuvole
tossiche; è così forte il suo gesto che sembra disperarsi. Cartelli che svettano
sul distributore "fai da te", Agip, Agip, Agip caffè, la beffa inizia.
Scendo, scendo ancor di più. Il sole offuscato mi spinge a scattare foto dal
viale del mare.
Scendo, scendo ancor di più. Il sole offuscato mi spinge a scattare foto dal
viale del mare.
Anche le campane suonano beffarde sui cumuli di blocchi di cemento. È guerra
santa. Il prato è divorato dalle gru di ferro; l'agave resiste e ride isterica;
le palme falcano un'immobile fuga. Dio!
Cado esausto sul gozzo di mio padre. È un gran vecchio questo gozzo, lo abbraccio
e il profumo di basilico mi invade...un epico urlo mi lacera. Il tramonto
mi indossa umido.
Mi siedo in riva al mare. Non ho più voglia di fotografare. Piango disperato,
piango di fortuna, forse per il mio passato...
Le luci della sera si accendono sulla costa, vedo il monte di Portofino, sono
a un passo dal paradiso e le mie lacrime si scaldano, doloranti come astri.
Jole Piccinino