ALLA RICERCA DELLO SPORCO PERDUTO
(…)Anche quando doveva fare a qualcuno un regalo così detto utile, quando doveva regalare una poltrona, delle posate, una mazza, le cercava “antiche”, come se, cancellato dal lungo disuso il carattere d’utilità, esse apparissero disposte a raccontarci la vita degli uomini di una volta, che non a servire le esigenze della nostra(…)
MARCEL PROUST La strada di Swann
Il ruolo dell’arte nell’era moderna
Una delle caratteristiche peggiori dell’espressione moderna riguarda il modo con cui vengono utilizzati i materiali che compongono l’opera. L’autore spesso non conosce ciò che adopera: sa parlare e giustificare la sua attività anche di fronte ad un congresso di scienziati, ma non sa di cosa è composta la materia che ha utilizzato; quando non si sa si finisce per comprare i soliti prodotti che circolano sul mercato, e sul mercato si trovano solo i prodotti insulsi che ci propone l’industria multinazionale della chimica sintetica e del veleno. La maggior parte delle opere moderne presenta un fenomeno di degrado allarmante. Lo sfacelo è anche culturale: si conoscono molte teorie ma si sa ben poco di pratico. La grave perdita della manualità, oggigiorno, rende l’umanità schiava del consumo di prodotti preconfezionati e rende l’artista un cialtrone. Questa grave situazione deriva anche dalla millenaria cultura medioevale dell’umiliazione corporale in onore di un non ben identificato animo, che oggigiorno è rappresentato da un’illuministica fredda e distaccata, cruda intelligenza. Il ruolo dell’intellettuale nell’arte è la derivante mostruosa di queste catene di separazione e disamore nei confronti dell’umanità e della natura. La cosiddetta arte intelligente spesso si mostra con vanto con una sua precisa identità: la carenza di sporco, di tracce di vita, di unione di contrasti. È una rappresentazione amorfa, graficamente pulita e sterilizzata, che tenta razionalmente di stilizzare le forme in astrazioni virtuali di logica matematica. Compitino eseguito sempre con prodotti sgrassati, puliti dalla ripetitività modulare industriale, e cioè prodotti per lo più derivati dal petrolio, petrolio prudentemente raffinato dalle scorie più tremende che si nascondono dietro il suo illecito traffico. Ed il risultato è all’occhio dell’uomo normale, diciamo pure all’occhio dell’uomo sano, o meglio, per dirla come Breton, all’occhio che esiste allo stato selvaggio, ebbene all’occhio che esiste allo stato selvaggio il risultato è quello che l’opera dell’artista intelligente fa schifo. Anche se ci può essere una certa attrazione selvaggia nei riguardi dello schifo, il ripetuto moltiplicarsi di forme di plastica, di smalti, di acrilici smorti genera alfine repulsa. I poeti di discarica faranno un discorso breve, chiaro, ma sempre con una punta di sporco, quel puntino che c’è nei colori naturali della terra e che rende caotica la tavolozza. L’arte vera è in opposizione al funzionalismo globalizzante, è allergica all’uniformità del mondo che ci circonda e propone una visione dell’essere assolutamente originale, un essere artefice di intuizioni scintillanti e straordinarie in continua opposizione con l’arte di mercato industriale.
Le città che abbiamo costruito ci hanno chiuso dentro scatole di cemento. La comunicazione arriva attraverso schermi televisivi, o radio scatole di plastica. Il mondo fuori è troppo freddo o troppo caldo per noi, non ci resta che spiarlo, mentre si leva il vento di un uragano e una tempesta si scatena, provocata dall’effetto serra, dietro ai nostri vetri blindati. La natura non ci capisce più. C’è soltanto un’altra natura che ci lancia messaggi trasversali per coinvolgerci nel profondo della nostra esistenza: e la natura è il ruolo dell’arte.
mauro zo
Introduzione alla discaricaAnche dai rifiuti, dai luoghi dove si finisce
solo perché si è
costretti a starci o si è sbagliato strada, può nascere
la poesia. Lo dimostrano le foto di Giancarlo Guarnieri e Santino Mongiardino
e i testi di Mauro Maraschin e Jolanda Piccinino.
Hanno cominciato Mauro e Giancarlo (per tutti Ginko) una ventina d’anni
fa a girare dove nessuno solitamente trascorre i weekend, sul litorale
di Pra’, zona scelta per l’ampliamento del porto. A qualche
rappresentante delle forze dell’ordine che chiedeva sospettoso che
cosa ci facessero lì quei due figuri un po’ strani si presentavano
sotto l’improbabile sigla “Wilson & Wilson Production”.
Contribuiva, però, alla credibilità della copertura l’aspetto
un po’ nordico di Ginko.
Così Mauro e Ginko hanno iniziato a scattare e a scrivere, raccontando
delle ruspe che graffiavano la spiaggia, della neve che ricopriva pietosa
le ferite, della gente che sperava nel lavoro presso il nuovo porto e
di quella che prendeva tranquillamente il sole sui fanghi della Stoppani.
Un atto d’amore, se vogliamo, nei confronti di un borgo rivierasco
che si trasforma in una terra di nessuno post-industriale, verso gli oggetti
che pochi notano, ma che hanno molto da raccontare.
L’amore centra anche nel racconto della donna del quartetto, Jole,
ma qui è già un’altra storia. Siamo ormai ai giorni
nostri, la trasformazione è avvenuta: Pra’ è quella
che tutti noi oggi abbiamo sotto gli occhi. Lo sguardo testimone del presente
è quello del più giovane Santino Mongiardino, che coglie
dall’obiettivo in piena costa ligure.
Perché, al giorno d’oggi, tutto si accumula e viene consumato
alla rinfusa, tanto che, spesso, non abbiamo nemmeno il tempo di farlo
rientrare in categorie razionali.
I nostri quattro autori parlano di Pra’, ma fotografano alla perfezione
questo male di tutta la nostra società moderna.
MARTINA FEOLA