Nella discarica della mia mente ho un ricordo indegradabile: quelle lontane sere d’estate, lassù dove sorgeva il grande cantiere dalle luci gialle. Ogni sera noi eravamo lassù nel bosco dove, a cottimo, stavano costruendo il raddoppio autostradale: impastatrici, ruspe, seghe a nastro si sovrapponevano rumorosamente nel silenzio rarefatto della sera. Allora noi eravamo giovanissimi, ma già inclini all’emarginazione della discarica e al rumore della musica concreta. Portavamo i nostri mangiacassette su quella collina tutte le sere per registrare quei rumori che si scandivano in perfetta sincronia, quei rumori che macinavano la valle con enormi mandibole ruminanti. Il giorno stavamo per ore ad ascoltarli con le cuffie a tutto volume.
Proprio in questo periodo un amico di quei tempi mi ha portato un CD su cui ha inciso un piccolo brano che avevamo registrato in quell’epoca. Non penso proprio che questo sia un caso. Credevo che tutte le nostre incisione fossero andate perse, il solito traditore del gruppo le aveva cancellate per sempre. Ma ecco uno zio che trova un vecchio registratore a bobine “Geloso” e dice al mio amico: “c’è incisa una roba strana!”. Al mio amico si rizzano le orecchie. Erano vecchi frammenti di nostri “pezzi” del 1973!
Prima di ascoltarli credevo si trattasse di una accozzaglia di rumori indecifrabili, nessuno di noi sapeva suonare uno strumento, piuttosto lo sperimentava: ad esempio, se entravamo in una stanza e vedevamo un pianoforte, della tastiera non ci importava, perché lo aprivamo subito e sperimentavamo i suoni delle sue corde, inserendovi magari penne metalliche o fili di ferro. Poi le registrazioni erano della più scarsa qualità che oggi si possa pensare. In più gli strumenti, anche perché non serviva, non li sapeva accordare nessuno. Nonostante ciò appena ascoltai questa nostra vecchia registrazione mi accorsi che non eravamo poi così male, naturalmente i suoni erano stridenti ma ciononostante riuscivamo a mettere ordine alle nostre estemporaneità. Il mio amico che oggi sa suonare e si diletta ancora a far musica mi fa osservare che i suoni che riuscivamo a ricavare, nonostante la scarsità di mezzi, o forse grazie a questa, erano incredibili. Lui stesso non riuscirebbe con le strumentazioni odierne a ripeterli se non ricavandoli da quella registrazione stessa.
L’arrivo di questo vecchio amico coincide con i primi vagiti degli artisti da discarica, e siccome non credo in un caso, credo sia da approfondire l’argomento. Accenno queste mie intuizioni a Claudio Pozzani, persona con la quale riesco a riferirmi con immediatezza estrema. Claudio, oltre ad essere un grande poeta e direttore del Festival Internazionale della Poesia a Genova è musicista e ha fondato diversi gruppi tra i quali l’Orchestra Eczema, un orchestra che smetteva di utilizzare gli strumenti per creare suoni da aspirapolvere, lavatrici, martelli pneumatici, e quant’altro di rumoroso si potesse portare su un palco. Come immaginavo Claudio mi capì in pieno: “giusto! È l’ora di smettere con la sperimentazione fatta da quei pochi ricchi che si possono permettere strumentazioni miliardarie!”. Mi disse. E ha ragione. È l’ora di smetterla con gli sprechi in tutti i campi. Anche ma soprattutto in quello artistico! E non è solo questione di etica ma anche di gusto.